Integrazione: una lezione americana.

 

Gli esami non finiscono mai. All’età di 58 anni ho passato le mie vacanze estive a studiare per prepararmi al “test del cittadino”. Ho finalmente deciso di chiedere la cittadinanza americana. Avrei potuto farlo tre anni fa. La regola infatti è questa: una volta che ho ottenuto la Green Card (permesso di residenza permanente), al termine di cinque anni automaticamente puoi presentare richiesta per diventare americano al 100%. Ho avuto la green card nel 2006, dunque dal 2011 sono un potenziale cittadino USA. Avevo rinviato per tante ragioni, ma fra queste non c’è il mio affetto verso l’Italia. È consentito infatti avere tutt’e due le cittadinanze, non devo rinunciare alla mia “italianità”, a cui sono profondamente legato. E del resto, una cosa che apprezzo dell’America è proprio questa: la sua società multietnica si è evoluta diventando qualcosa di molto diverso da ciò che era ancora negli anni Cinquanta o Sessanta. Oggi le varie componenti etniche sono orgogliose delle proprie origini, coltivano con passione le rispettive identità culturali e, se l’hanno dimenticata, vanno alla riscoperta del loro lingua madre. Oggi e oggi si è cinesi-americani, italo-americani, russo-americani, e quel trattino in mezzo indica un esperimento di fusione che ciascuno conduce tra due componenti della propria identità e della propria storia. […] Il superamento di questo esame significa potersi candidare al Congresso, al ruolo di governatore di uno Stato, a qualsiasi carica elettiva con l’unica eccezione del presidente (che deve essere americano dalla nascita). In Italia ci sono ragazzi filippini o cinesi nati sul nostro suolo, che parlano con l’accento romanesco o veneto, e non hanno nessuna certezza di poter diventare italiani. La “fabbrica dei cittadini” è una delle forze dell’America, le dà ancora una lunghezza di vantaggio sul resto del mondo. Quando lascia l’Italia per trasferirmi in California, nel 2000, eravamo 56 milioni. Tredici anni dopo la popolazione residente in Italia è salita a 59 milioni, secondo dati i dati Istat. Ma i cittadini italiani non sono aumentati: sono rimasti fermi a 56 milioni. Tutta la crescita demografica viene dall’immigrazione, e troppo pochi di questi immigrati ottengono (faticosamente) la cittadinanza. Nel corso dello stesso periodo i miei due figli, arrivati da adolescenti in California, hanno già aggiunto la cittadinanza americana a quella italiana. Ricordo questa differenza perché per l’economia Usa i flussi di immigrazione sono una risorsa formidabile, che dà alla crescita una marcia in più.

Questo scrive Federico Rampini in un dei suoi tanti libri. Chi mi conosce sa che non sono un fervido sostenitore degli Stati Uniti d’America. Sono consapevole, tuttavia, che “lo zio Sam” ogni tanto ci riservi degli ottimi esempi da seguire. Riconoscere in ogni nuovo cittadino, sia esso nato sul territorio o immigrato, una risorsa è indice di quanto si desideri la crescita di uno stato stesso. Per questo motivo anche a livello locale credo ci sia bisogno di cominciare a darci delle regole, considerare i nostri fratelli delle comunità migranti come dei nostri pari e a smetterla di guardarli con fastidio, considerandoli come dei parassiti. Noi del Partito Democratico di Scafati in questo senso ci siamo mossi, presentando all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 9 Dicembre scorso una proposta di mozione intitolata “Scafati città dell’integrazione e della solidarietà”. All’interno di questa mozione erano presenti una serie di proposte volte a favorire lo sviluppo del senso di comunità da parte di tutti sul territorio scafatese, tra queste:
  • La creazione di una consulta dei migranti;
  • L’ingresso di un rappresentate di questa consulta all’interno del consiglio comunale;
  • L’istituzione di un servizio di accoglienza dei migranti;
  • L’identificazione di un luogo di culto islamico;

E tanti altri strumenti volti ad aiutare chi, provenendo da realtà molto diverse dalla nostra, può restare spaesato (potete leggere il testo completo della mozione cliccando qui). Ad accogliere questa proposta abbiamo trovato il muro di gomma della maggioranza, le cui risposte si sono rivelate miopi e piene di pregiudizi. Una delle motivazioni della bocciatura, infatti, è stata: “Altrimenti Scafati diventerebbe un modello“. Un’affermazione del genere ti fa cadere le braccia e ti mostra quanto la tua città sia molto lontana dall’idea di civiltà che hanno negli Stati Uniti, come nel testo che ho citato, ma che è riconosciuta in tutto il resto di Europa. Non che voglia paragonare Scafati ad una delle maggiori potenze occidentali e neanche mi aspetto, da questa maggioranza, una visione d’insieme della vicenda di questo genere. Mi aspetterei, però, un minimo di elasticità nel ragionamento. D’altronde se si continua ad accettare che un gruppo di attivisti politici di destra affigga sulle mura di un bar ormai chiuso, sicuramente non a causa dei fenomeni migratori, dei manifesti con su scritto: “+ Presepi – Moschee”; allora riusciamo a capire quanta strada ancora abbiamo da fare prima di cominciare ad accettare, anche solo come nostro fratello, una persona che viene da lontano.

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