Autore: alessandrogiordano

Studente, lettore accanito e amante di cinema e musica (fatti bene).

Uber, Flixbus e l’incoerenza del governo

C’è un po’ di incoerenza di fondo nelle ultime questioni che hanno coinvolto il governo Gentiloni e riguardano, in entrambi i casi, la categoria della “mobilità low-cost”. Da un lato si patteggia con la categoria dei tassisti per porre un freno alla norma “pro-Uber”, dall’altro lato si cerca di mediare per eliminare la norma “anti-Flixbus” contenuta nel Decreto “Milleproroghe”. In tutto questo il governo è in mezzo, sbattuto come una bandiera e non sa assolutamente cosa fare.

In queste situazioni un Presidente del Consiglio (ma anche un Ministro dei Trasporti) dovrebbe prendere in pugno la situazione e tentare di dirimere tutte le questioni esercitando la stessa regola di fondo, essere favorevoli a Flixbus e contro Uber è una contraddizione di fondo. Anche perchè, economicamente parlando, i due succitati servizi non tolgono nulla al normale servizio taxi o alle altre compagnie di trasporto pubblico (sia su gomma che su ferro).

Se prendiamo la predisposizione all’acquisto di ogni persona questa sarà disposta a spendere una determinata cifra per spostarsi. In un range che va da 0 a 100€, ad esempio, ci sarà chi è disposto a spendere 20 e chi 60. Va da se che ai prezzi di mercato attuali chi è disposto a spendere 20€ per muoversi non sceglierà mai un normale taxi o un treno ad alta velocità, e nel caso in cui non esistessero Uber o gli autobus low-cost questa persona sarebbe fuori dal mercato oppure dovrebbe pagare per un servizio più di quanto sia disposta a spendere. E’ proprio qui che nasce il mercato dei trasporti a basso costo, che non devono essere visti come una minaccia da chi su quel mercato c’è già da parecchio ed offre un servizio consolidato. Sono semplicemente l’ampliamento di un’offerta, che non toglie (se non proprio in minima parte quelli che sono su una posizione più borderline) potenziali clienti a nessuno.

Da tutto questo risulta chiaro e netto che non c’è, nelle cose che fa il governo, un progetto o un programma di fondo, e non esistono neanche delle linee guida. Si sono lasciati cogliere impreparati e sono stati costretti a seguire il flusso del momento. La politica, invece, dovrebbe assumere posizioni chiare e precise perchè non si può necessariamente piacere a tutti. In sostanza, se si continua a non voler scontentare nessuno, si finirà per non piacere a nessuno.

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Io voglio dividermi

Io voglio dividermi.
Io voglio dividermi da chi fa discorsi basati solo sull’io.
Io voglio dividermi dalle tifoserie.
Io voglio dividermi da chi urla “Fuori, fuori, fuori”.
Io voglio dividermi da chi ti dice che hai la faccia come il culo.
Io voglio dividermi dai capibastone.
Io voglio dividermi dai pacchetti di tessere.
Io voglio dividermi da chi non sente la responsabilità di essere dirigente di un partito.
Io voglio dividermi da chi non crede alla dialettica interna.
Io voglio dividermi da chi minaccia la scissione.
Io voglio dividermi da chi non rispetta le regole che ci siamo dati.
Io voglio dividermi da chi fa discorsi di corrente anche all’interno della giovanile.
Io voglio dividermi dall’immobilismo e dall’inconsistenza.
Io voglio dividermi, ma all’interno di un partito.

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Legalizziamo, oggi!

Nonostante sia vero che in Italia si apre il dibattito politico solo quando succede una tragedia è pur vero che mai come ora dobbiamo fermarci e pensare un attimo a cosa sta accadendo nel nostro paese. Un paese in cui si sceglie di morire a 16 anni gettandosi dalla finestra, perché ci si rende conto di non riuscire, forse, a sopportare il marchio dell’ignominia.

Aveva 16 anni ed era stato fermato dalla Guardia di Finanza a scuola con dieci grammi di Hashish. Gli perquisiscono anche casa, ma non trovano niente. E’ questo il momento, mentre gli agenti parlano con i genitori, nel momento di umiliazione più grande, che il ragazzo decide di aprire la finestra e di lanciarsi.

Non smetterò mai di dirlo che abbiamo perso contatto con i bisogni delle persone. Perché se non riusciamo a percepire l’urlo disperato di aiuto di un sedicenne che decide di suicidarsi, allora abbiamo fallito, come classe politica, come partito e come persone. Bisogna capire una volta e per tutte che con la politica repressiva ed il proibizionismo non abbiamo risolto niente, ed oltre a piangere i nostri morti finanziamo la malavita organizzata. Non si tratta di sfruttare la morte di un ragazzo per fare propaganda, è un semplice ragionamento su quanto è accaduto e come evitare che tutto questo accada di nuovo. Poiché sono sempre convinto che la Politica debba proporre soluzioni, invece di spremere le meningi su assemblee, congressi e scissioni, credo che il Partito Democratico debba farsi promotore di un’accelerazione sulla legalizzazione delle droghe leggere e deve farlo il più presto possibile.

Per questo il mio invito va a tutti i giovani del Partito Democratico, dei Giovani Democratici e di tutti i movimenti di sinistra, parliamone sempre più, facciamone una battaglia generazionale perché riguarda soprattutto la nostra generazione. Legalizziamo, oggi!

Gioco a somma zero

Nella teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero.

Da Wikipedia

E’ questa la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto che il consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Comune di Scafati per infiltrazioni criminali. Perchè alla fine oggi non ha vinto nessuno, ne la città, ne i suoi cittadini, ne chi l’ha precedentemente amministrata. Non c’è nulla da festeggiare, nessuna bottiglia da stappare, nessun urlo da lanciare, oggi abbiamo subito tutti un grande torto. Restano però le bruciature, il sudore, la fatica per essere andati avanti in questi anni, per la nostra strada, continuando a denunciare e a dire che, forse, qualcosa non andava a Scafati. E scoprire che avevamo ragione di certo non ci allevia il dolore.

Resta una città da ricostruire, da riprogrammare, resta una città da rifondare. Saranno anni difficili, in cui dovremo lavorare, tutti insieme, come comunità e come partito. Avremo qualcuno contro, questo è normale, perchè c’è chi vede lo sviluppo di una città diversamente da noi e avremo contro anche chi ha governato in maniera occulta in questi anni. Ci riproveranno, tenteranno di ritornare, a usare la nostra città per i loro scopi, per i loro affari, dovremo combattere anche con loro e sconfiggerli.

Ma in fondosaremo tutti lì, a costruire con gli stessi materiali e gli stessi mezzi, perchè da oggi si riparte da zero.

La neige est arrivée

Sto seguendo da qualche giorno la polemica tutta italiana contro Charlie Hebdo e la vignetta sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano. Non sono qui per giudicare chi si infuria per una vignetta satirica, o per puntare il dito contro qualcuno urlando “Ora non siete più Charlie!”. Vorrei capire però perché ci si accanisce così tanto contro chi, giustamente o meno, tenta di aprire gli occhi sulle storture del nostro paese. fb_img_1485024176823

Partiamo dalla definizione della parola “Satira”, per facilità la prenderò direttamente da Wikipedia:

La satira (dal latino satura lanx: il vassoio riempito di primizie in offerta agli dei) è un genere della letteratura, delle arti e, più in generale, di comunicazione, caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento.

Sin dall’Antica Grecia la satira ha sempre avuto una fortissima impronta politica, occupandosi degli eventi di stretta attualità per la città (la polis), e avendo una notevole influenza sull’opinione pubblica ateniese, proprio a ridosso delle elezioni.[1][2] Per questo motivo, è sempre stata soggetta a violenti attacchi da parte dei potenti dell’epoca, come nel caso del demagogo Cleone contro il poeta comico Aristofane.[1]

La satira si distingue dalla comicità e dallo sfottò (la presa in giro bonaria)[3], nei quali l’autore non ricorda fatti rilevanti e non propone un punto di vista ma fa solo del “colore”.

Potremmo consultare anche la Treccani, la definizione non cambierebbe. Insomma, si tratta di un modo di criticare la politica e la società mettendo in evidenza, esagerando, le contraddizioni. Sottolineerei la distinzione finale, fornita dalla pagina di Wikipedia, con la comicità e la metterei al centro del ragionamento. Nella satira infatti la componente fondamentale è la critica, il riso o la risata non fanno parte di essa, tuttalpiù una battuta satirica potrebbe generare un riso amaro dovuto alla constatazione della realtà delle cose e di quanto sia ridicola la società in quanto tale. Potrei prendere ad esempio, per farmi capire meglio,  uno dei video degli spettacoli di Bill Hicks.

 

“Houston è una città con 6 milioni di abitanti, 12 milioni di macchine e 27 patenti realmente valide! E’ una città molto attiva e sono lieto di farne parte, perché sono stato a marcire in Oklahoma, nelle sue viscere, cercando di intrattenere persone fissate con l’incesto e la dieta a base di carboidrati […] il cui intero guardaroba consiste in magliette prese ai concerti di Charlie Daniels. Gente che pensa che l’uomo della pubblicità delle Marlboro sia effeminato e donne che lo fanno sembrare davvero tale.”

Sono abbastanza certo che l’Oklahoma non sia esattamente come la descrive, ciononostante sono sicuro che non ci siano state sollevazioni popolari degli abitanti dell’Oklahoma per essere stati definiti degli idioti incestuosi.

Detto questo, io sono sicurissimo che qualcuno che abbia apprezzato la vignetta c’è, ma alla quasi totalità di italiani non è piaciuta, ed il motivo è solo uno: non siamo più abituati a questo genere di cose, perché oramai si fa tutto politically correct e, soprattutto, non siamo più abituati a pensare.

Riuscireste a nominarmi un artista che fa satira in Italia? Sono sicuro che i primi nomi che vi verranno in mente sono Maurizio Crozza e Luciana Littizzetto. Bene, avete visto il video di Bill Hicks, secondo voi sono paragonabili? Io dico di no, non lo sono minimamente. Questo perché i nostri comici di punta, prendono in giro i politici italiani, ma non si sognerebbero mai di descrivere un rapporto di un politico con chi lo vota come un rapporto anale (cosa che ha fatto Daniele Luttazzi anche in diretta tv), questo perché è politicamente scorretto e sicuramente il pubblico non apprezzerebbe. Ma perché non apprezzerebbe? Io credo semplicemente perché non siamo più abituati a pensare. Quando qualcuno ci indica la luna noi guardiamo il dito, ed è fondamentalmente per questo motivo per cui ce la prendiamo così tanto con Charlie Hebdo. Dovremmo indignarci soprattutto con chi permette che queste tragedie siano all’ordine del giorno piuttosto che prendercela con chi scoperchia il vaso di Pandora e ci invita a guardarci dentro e ce lo hanno detto apertamente anche i francesi.

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Dovremmo cominciare a combattere le storture del nostro paese invece di difendere la nostra “dignità italiana” non si sa per quale motivo, non si sa per quale ragione, visto che in ogni caso il fatto che si costruiscano strutture dove non si dovrebbe, che ci sia chi non segue le regole imposte dalla legge, che ci sia chi ride durante un terremoto. E soprattutto non considero chi denuncia e cerca di farci aprire gli occhi un “servo dei poteri forti“, perchè la satira non ha regole, deve prendersela con la società in generale, perchè è la società ad essere sbagliata e noi dovremmo cercare di raddrizzarla.

Lettera di un iscritto al Partito Democratico

Non si può dire al proprio compagno di Partito, durante un’assemblea nazionale in diretta streaming, che ha la faccia come il culo. Non si può stappare la bottiglia e festeggiare dopo la sconfitta della compagine governativa, del tuo stesso Partito, al referendum costituzionale. Non si può sventolare una mortadella in aula dopo la caduta di un governo. Non si può urlare in faccia parole a caso ad una persona che sta cercando di parlare con te in maniera pacata. Non si può imbarbarire il dialogo politico, interno ed esterno, e poi pretendere che la gente ci segua. In nome di cosa? Per conto di chi?

Molti iscritti segnalano ormai da tempo uno scollamento del Partito Democratico dal tessuto sociale, siamo diventati un partito di Elite, che parla ad una Elite, la borghesia medio-alta e l’imprenditoria. Siamo poco considerati dalla gente comune, poco percepiti dalla cittadinanza, poco presenti sui problemi essenziali delle persone, perché la gente vuole risposte e noi non siamo più capaci di darle, ci avvitiamo su assemblee che sembrano congressi che sembrano elezioni perdendo di vista l’obiettivo finale, l’obiettivo comune. Se non la smettiamo di litigare tra di noi e cominciamo a vedere cosa abbiamo in comune consegneremo il governo delle nostre città, delle nostre regioni e dell’Italia intera in mano ai populisti e alle destre, eppure i campanelli d’allarme ci sono stati, ma continuiamo a guardare dentro noi stessi, senza accorgerci che il nostro vicino di casa vive una situazione di disagio perché non riesce a far quadrare il bilancio familiare.

Parlare con le persone, stare tra la gente, ascoltare i cittadini, questa è la mission che dovrebbe darsi il Partito Democratico da qui alle prossime elezioni. Perché dovremmo essere un partito popolare che dovrebbe rispondere con rabbia alle ingiustizie sociali ed alle ineguaglianze e non al compagno che magari non è d’accordo con noi su una determinata tematica. Se ho imparato qualcosa dalla politica è che questa assume il suo significato più grande quando riesce a dare delle risposte ai bisogni della collettività ed è per questo che ho accolto con entusiasmo l’idea del segretario Renzi di ritornare nelle piazze e di cominciare a compulsare la cittadinanza, per tornare ad essere forti e presenti nella società, come un vero partito dovrebbe fare. Barra dritta quindi e andiamo avanti, lasciamo da parte tutte le velleità congressuali e creiamo il Partito Democratico che vogliamo, il nostro Partito.

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Le mani nella merda

Alla fine ci ritroviamo sempre qui, a parlare degli errori degli altri. Stavolta però non mi lascerò trascinare dalla dialettica politica del “siamo migliori di loro”. Vorrei semplicemente portare avanti una riflessione che mi è balzata alla mente nella giornata di oggi, dopo aver visto il polverone causato dall’arresto di Raffaele Marra, braccio destro di Virginia Raggi, Sindaco di Roma (al maschile, perché il termine Sindaca lo ritengo offensivo).

Durante la mia esperienza con Primavera Non Bussa, qui a Scafati, ricordo bene un intervento di Alberto Pesce durante una delle nostre tante riunioni. Era il periodo antecedente alle primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato Sindaco di Scafati e stavamo cominciando a scoprire, nostro malgrado, quanto malsano e infetto fosse il clima politico scafatese. Il Dottore Pesce allora disse una frase: “Dovete riuscire ad entrare nella merda fino al collo e cercare di uscirne quanto più puliti possibile”. Solo partendo da questa considerazione della politica si può comprendere il peccato originale del Movimento 5 Stelle. Quando ci si batte il petto, al grido di “Onestà”, atteggiandosi ai puri della situazione, quando non si conosce appieno quello che ci vuole per muovere la macchina amministrativa di una città come Roma (ma potrebbe essere anche Milano, Napoli, Rovigo, Savona o Scafati), quando non c’è conoscenza di quello che può avvenire all’interno di un comune, allora si arriva a questo tipo di incoerenza. Perchè fondamentalmente, lo scalpore creato dall’arresto di Marra non è stato tanto l’arresto in se, ma il fatto che avvenisse a Roma, un comune governato dagli stessi che hanno seppellito Marino (con la complicità di qualcuno del PD) di insulti e nefandezze, e dopo che la Raggi lo aveva difeso così strenuamente. Quindi il Sindaco non può essere accusato di aver agito in malafede, tuttalpiù di essersi fidata della persona sbagliata. Ma qui non stiamo parlando di vita personale, qui si tratta di amministrare la capitale e affidarsi a persone sbagliate, nonostante gli allarmi fossero scattati dal primo momento, denota incompetenza. Un’incompetenza tale che in un rigore di onestà intellettuale avrebbe spinto il Sindaco a dimettersi e terminare questa pantomima. Anche perchè dovere sottolineare ogni volta l’errore o la virgola fuori posto sta diventando stucchevole.

Per finire, in un’italia in cui la partitocrazia è allo sbando stiamo forse cominciando a renderci conto che anche l’idea del partito-non-partito è sbagliata e potrebbe portare a conseguenze nefaste, fino alla scomparsa definitiva dei corpi intermedi. Per cui bisognerebbe provare a riformulare la forma-partito, perchè i corpi intermedi sono necessari e laddove funzionano sono anche efficaci. Bisognerebbe solo trovare il modo di non farli sembrare più come un qualcosa di lontano e diverso, renderli più accessibili, maggiormente fruibili, insomma, più aperti. Ma questo lo si può fare solo cominciando una riflessione seria e sentita, dentro e fuori ai partiti. Altrimenti, resteranno solo vuote parole scritte su una pagina di qualche blog o di qualche libro.

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