Scafati

Gioco a somma zero

Nella teoria dei giochi un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. Se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero.

Da Wikipedia

E’ questa la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto che il consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Comune di Scafati per infiltrazioni criminali. Perchè alla fine oggi non ha vinto nessuno, ne la città, ne i suoi cittadini, ne chi l’ha precedentemente amministrata. Non c’è nulla da festeggiare, nessuna bottiglia da stappare, nessun urlo da lanciare, oggi abbiamo subito tutti un grande torto. Restano però le bruciature, il sudore, la fatica per essere andati avanti in questi anni, per la nostra strada, continuando a denunciare e a dire che, forse, qualcosa non andava a Scafati. E scoprire che avevamo ragione di certo non ci allevia il dolore.

Resta una città da ricostruire, da riprogrammare, resta una città da rifondare. Saranno anni difficili, in cui dovremo lavorare, tutti insieme, come comunità e come partito. Avremo qualcuno contro, questo è normale, perchè c’è chi vede lo sviluppo di una città diversamente da noi e avremo contro anche chi ha governato in maniera occulta in questi anni. Ci riproveranno, tenteranno di ritornare, a usare la nostra città per i loro scopi, per i loro affari, dovremo combattere anche con loro e sconfiggerli.

Ma in fondosaremo tutti lì, a costruire con gli stessi materiali e gli stessi mezzi, perchè da oggi si riparte da zero.

Dalla nostra parte

Quando tutto sembra stia andando per il verso sbagliato e che quello per cui hai sempre lottato non abbia più senso, ecco che la tua città ti porge la mano.

Ieri sera, in piazza Vittorio Veneto era previsto un collegamento della trasmissione di Rete4 “Dalla vostra parte” condotta da Maurizio Belpietro, tema della serata: immigrazione e sicurezza. Conoscendo la trasmissione e conoscendo i personaggi che sarebbero intervenuti in collegamento da Scafati avevamo già capito la piega razzista che avrebbe avuto, facendo uscire un’immagine della città non veritiera e indegna del suo effettivo valore. Insomma, Scafati, città medaglia d’oro per la resistenza, non poteva fare la figura di una città razzista a livello nazionale. Per questo motivo attraverso il passaparola ed il tam-tam sui social ci siamo mobilitati, anche fisicamente durante la trasmissione, per prendere parola e sbugiardare il quadro deprimente che era stato creato ad hoc dal giornalista del programma.

In definitiva il povero Maurizio Belpietro si è ritrovato una situazione ben diversa da quella che sperava, perchè a Scafati un “problema immigrazione” non esiste e le comunità dei migranti sono per la maggior parte integrate nel tessuto urbano. Esiste un problema sicurezza, legato al fatto che la città non è vissuta nelle ore serali e alla poca incidenza delle forze dell’ordine sul territorio. Ma soprattutto esiste una Scafati anti-razzista, che ieri ha dimostrato di avere un cuore e di essere capace di non cedere alla guerra tra poveri che qualcuno sta cercando di creare bombardandoci ogni giorno in televisione e sui social, una Scafati che accoglie e aiuta chi è meno fortunato e di questo ne ha parlato, molto meglio di me, Don Peppino De Luca parroco della Chiesa di San Francesco in un post  che è stato tra i più condivisi su Facebook. E insieme a lui si sono mobilitate tantissime altre persone, sui social e non, perchè fortunatamente un po’ di orgoglio scafatese ancora c’è e ieri sera si è rinvigorito anche il mio, perchè ho visto che una speranza ancora esiste, che Scafati ancora resiste.

PS: Aspettiamo i ringraziamenti di Belpietro, visto che se non ci fossimo stati noi ieri sera in collegamento dalla piazza ci sarebbero stati quattro gatti.

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Non è come sembra

Eppure ci deve essere una motivazione, una scusante. Come quando nei film la moglie trova il marito a letto con un’altra e lui con faccia colpevole la guarda e fa: “Amore, non è come sembra!”.

Prepariamoci, perchè a breve ci dirà a cosa serve quel cartellone pubblicitario in piazzale Aldo Moro, lì dove una volta c’era un albero, e sono sicuro che per lui sarà sicuramente una motivazione valida, una scusa convincente, ma noi l’avremo colto ancora una volta con le mani nella marmellata e alle orecchie di tutti suonerà sempre allo stesso modo: “Amore, non è come sembra!”; e la vita continuerà ad andare avanti nella ridente città di Scafati. Il problema è che anche la moglie più innamorata all’ennesima scappatella del marito si scoccia e lo manda a quel paese, con la ormai abusata scena di lei che gli lancia i panni dalla finestra. Quando sarà la buona volta?

L’ospedale chiuso: “Amore, non è come sembra!”;
Il fiume Sarno inquinato: “Amore, non è come sembra!”;
L’emergenza sicurezza: “Amore, non è come sembra!”;
La commissione d’accesso al comune: “Amore, non è come sembra!”;
La discarica in piena città: “Amore, non è come sembra!”;

Quanto siamo innamorati per poter sopportare ancora le scuse di questo marito fedifrago, che perde il pelo ma non il vizio? Quando apriremo gli occhi e ci renderemo conto che è arrivato il momento di porre fine a questa relazione tra la nostra città ed il nostro Sindaco? Quanto ancora dovremmo sopportare quella faccia angelica, quello sguardo colpevole e quel “Non è come sembra!”?

Eppure. Spero tanto che stavolta ci sia una motivazione migliore, che almeno per una volta riesca a convincermi, che è in buona fede, che almeno stavolta non è come sembra.

Un innamorato stupido.

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L’amaro e il riscatto

Ieri ho fatto una passeggiata per le strade di Scafati insieme ad Adolfo Pappalardo. E mentre lui ha partorito u bellissimo articolo, uscito oggi su Il Mattino, a me è rimasto un po’ di amaro in bocca. Perchè mentre ne parlavo con lui mi rendevo conto di cosa è stata la nostra città, di quanto potenziale ancora ha e di quello che in realtà è.

Sono lontani i tempi del riscatto e dell’appartenenza, e mi rendo conto che a tramandarli sono rimasti ormai in pochi. Le classi politiche che si sono avvicendate negli anni hanno sotterrato la bellezza sotto colate di cemento o sotto l’indifferenza. Voltandosi dall’altra parte hanno creato dei veri e propri muri invisibili che si sono rivelati ghetti nella realtà e nell’accettazione comune. Ci hanno portato via la bellezza di poter trascorrere una serata a passeggio per i vicoli del centro storico, possibilità oramai relegata a qualche sparuta occasione in particolari eventi. Ci hanno portato via la possibilità di vivere la nostra villa comunale, il polmone vivente di Scafati. Ci hanno tolto l’orgoglio di essere Scafatesi, perchè oramai sui giornali si legge il nome della nostra città solamente legata a fatti di camorra e malaffare. Ci hanno chiuso l’ospedale, ci hanno abbattuto un palazzetto dello sport per lasciarci un cratere vuoto, ci fanno ammalare respirando l’aria inquinata da un fiume/fogna e da una discarica a cielo aperto, ci hanno tolto qualsiasi dignità, costringendoci a camminare in centimetri di fango ogni volta che piove per dieci minuti consecutivi.

Io però un po’ di bellezza la vedo. La vedo negli occhi dei ragazzi che una domenica sera organizzano una  raccolta fondi per una casa di accoglienza. La vedo negli occhi del parroco che organizza la casa di accoglienza contando solamente sui propri mezzi e sul buon cuore delle persone. La vedo negli occhi del commerciante che nonostante tutto resta aperto, col suo negozio, in piazza “Perchè è lì che è sempre stato”. La vedo in tutti quelli, che giorno dopo giorno descrivono e vogliono far conoscere il riscatto di una Scafati che non è solo malavita, malapolitica o, come dice un vecchio detto “malacqua e malagente”. E se la vedo io, sono convinto che qualcun’altro la vedrà e ne sarà infettato. Dobbiamo essere i ripetitori di questa bellezza, essere specchi per questa luce e diffondere ottimismo. Non per noi. Ma per Scafati.

Alex

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Integrazione: una lezione americana.

 

Gli esami non finiscono mai. All’età di 58 anni ho passato le mie vacanze estive a studiare per prepararmi al “test del cittadino”. Ho finalmente deciso di chiedere la cittadinanza americana. Avrei potuto farlo tre anni fa. La regola infatti è questa: una volta che ho ottenuto la Green Card (permesso di residenza permanente), al termine di cinque anni automaticamente puoi presentare richiesta per diventare americano al 100%. Ho avuto la green card nel 2006, dunque dal 2011 sono un potenziale cittadino USA. Avevo rinviato per tante ragioni, ma fra queste non c’è il mio affetto verso l’Italia. È consentito infatti avere tutt’e due le cittadinanze, non devo rinunciare alla mia “italianità”, a cui sono profondamente legato. E del resto, una cosa che apprezzo dell’America è proprio questa: la sua società multietnica si è evoluta diventando qualcosa di molto diverso da ciò che era ancora negli anni Cinquanta o Sessanta. Oggi le varie componenti etniche sono orgogliose delle proprie origini, coltivano con passione le rispettive identità culturali e, se l’hanno dimenticata, vanno alla riscoperta del loro lingua madre. Oggi e oggi si è cinesi-americani, italo-americani, russo-americani, e quel trattino in mezzo indica un esperimento di fusione che ciascuno conduce tra due componenti della propria identità e della propria storia. […] Il superamento di questo esame significa potersi candidare al Congresso, al ruolo di governatore di uno Stato, a qualsiasi carica elettiva con l’unica eccezione del presidente (che deve essere americano dalla nascita). In Italia ci sono ragazzi filippini o cinesi nati sul nostro suolo, che parlano con l’accento romanesco o veneto, e non hanno nessuna certezza di poter diventare italiani. La “fabbrica dei cittadini” è una delle forze dell’America, le dà ancora una lunghezza di vantaggio sul resto del mondo. Quando lascia l’Italia per trasferirmi in California, nel 2000, eravamo 56 milioni. Tredici anni dopo la popolazione residente in Italia è salita a 59 milioni, secondo dati i dati Istat. Ma i cittadini italiani non sono aumentati: sono rimasti fermi a 56 milioni. Tutta la crescita demografica viene dall’immigrazione, e troppo pochi di questi immigrati ottengono (faticosamente) la cittadinanza. Nel corso dello stesso periodo i miei due figli, arrivati da adolescenti in California, hanno già aggiunto la cittadinanza americana a quella italiana. Ricordo questa differenza perché per l’economia Usa i flussi di immigrazione sono una risorsa formidabile, che dà alla crescita una marcia in più.

Questo scrive Federico Rampini in un dei suoi tanti libri. Chi mi conosce sa che non sono un fervido sostenitore degli Stati Uniti d’America. Sono consapevole, tuttavia, che “lo zio Sam” ogni tanto ci riservi degli ottimi esempi da seguire. Riconoscere in ogni nuovo cittadino, sia esso nato sul territorio o immigrato, una risorsa è indice di quanto si desideri la crescita di uno stato stesso. Per questo motivo anche a livello locale credo ci sia bisogno di cominciare a darci delle regole, considerare i nostri fratelli delle comunità migranti come dei nostri pari e a smetterla di guardarli con fastidio, considerandoli come dei parassiti. Noi del Partito Democratico di Scafati in questo senso ci siamo mossi, presentando all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 9 Dicembre scorso una proposta di mozione intitolata “Scafati città dell’integrazione e della solidarietà”. All’interno di questa mozione erano presenti una serie di proposte volte a favorire lo sviluppo del senso di comunità da parte di tutti sul territorio scafatese, tra queste:
  • La creazione di una consulta dei migranti;
  • L’ingresso di un rappresentate di questa consulta all’interno del consiglio comunale;
  • L’istituzione di un servizio di accoglienza dei migranti;
  • L’identificazione di un luogo di culto islamico;

E tanti altri strumenti volti ad aiutare chi, provenendo da realtà molto diverse dalla nostra, può restare spaesato (potete leggere il testo completo della mozione cliccando qui). Ad accogliere questa proposta abbiamo trovato il muro di gomma della maggioranza, le cui risposte si sono rivelate miopi e piene di pregiudizi. Una delle motivazioni della bocciatura, infatti, è stata: “Altrimenti Scafati diventerebbe un modello“. Un’affermazione del genere ti fa cadere le braccia e ti mostra quanto la tua città sia molto lontana dall’idea di civiltà che hanno negli Stati Uniti, come nel testo che ho citato, ma che è riconosciuta in tutto il resto di Europa. Non che voglia paragonare Scafati ad una delle maggiori potenze occidentali e neanche mi aspetto, da questa maggioranza, una visione d’insieme della vicenda di questo genere. Mi aspetterei, però, un minimo di elasticità nel ragionamento. D’altronde se si continua ad accettare che un gruppo di attivisti politici di destra affigga sulle mura di un bar ormai chiuso, sicuramente non a causa dei fenomeni migratori, dei manifesti con su scritto: “+ Presepi – Moschee”; allora riusciamo a capire quanta strada ancora abbiamo da fare prima di cominciare ad accettare, anche solo come nostro fratello, una persona che viene da lontano.

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E’ difficile

E’ molto difficile parlare di politica in questo contesto. Ometto il termine “buona” semplicemente perché quando mi riferisco alla politica la intendo nella sua accezione migliore, genuina, sana.

E’ difficile per le notizie sul cibo avariato all’interno dei pacchi alimentari distribuiti dal comune.
E’ difficile perché Pasquale Aliberti si accorge solo ora, dopo quattro anni, che non bastano cinque minuti per arrivare all’ospedale di Nocera Inferiore, come diceva all’epoca Bortoletti, e decide di denunciare quest’ultimo per falso. Poi dicono che noi strumentalizziamo.
E’ difficile per il trasporto pubblico locale ridotto all’osso, per la Sita che oramai non si sa se passa o meno, per le Ferrovie dello Stato bloccate da Febbraio a causa di un crollo e la Circumvesuviana borderline.
E’ difficile per un consigliere comunale di opposizione che vota compatto con la maggioranza e si fa difendere sui giornali dai membri di quest’ultima, a breve vedremo anche lui ritratto in qualche foto insieme al fratello del Sindaco e qualche consigliere dalla Kojakiana capigliatura al Teatro Vittoria di Salerno (non fatevi tradire dal nome, si tratta di una discoteca).
E’ difficile per tanti altri motivi, ma non bisogna fermarsi.

Come dice Rust nell’ultima puntata di True Detective guardando il cielo notturno, non è l’oscurità che prevale sulla luce delle stelle ma, cambiando punto di vista, è la luce che sta vincendo. Dobbiamo cambiare punto di vista, parlare di buona politica è difficile perché ormai la gente si è disillusa, ma praticarla resta il modo migliore di dimostrare che siamo diversi, l’obiettivo resta questo: essere luce laddove regna l’oscurità.